La chiesa di
Santa Giusta va annoverata fra le più antiche di Tufillo. Alcuni
documenti ne attestano l’esistenza a partire dal XIV secolo. Nel corso
del tempo, però, l’edificio ha subito notevoli trasformazioni, la più
radicale delle quali – come testimonia la data incisa sull’architrave
del portale – risale al 1758. Intorno alla metà del Settecento,
Tufillo assistette ad una vera e propria rivoluzione urbanistica, di
cui restano le più interessanti testimonianze nei pressi dell’attuale
Piazza Marconi, l’antico quartiere Piazza, che sorge sul punto più
elevato del vecchio nucleo urbano. Il Palazzo marchesale dei Bassano
di Tufillo, uno degli esempi più rappresentativi di quel rinnovato
fervore edilizio, risale appunto al 1755. La data, ben incisa sulla
chiave di volta dell’ingresso principale, non lascia spazio a dubbi.
Un altro esempio è la facciata della chiesa di Santa Giusta e Maria,
edificata nelle forme attuali nel 1758, con ogni probabilità dai
marchesi Bassano di Tufillo, ma sicuramente da loro utilizzata come
cappella palatina. Un corridoio unisce ancora oggi il palazzo alla
chiesa in corrispondenza di un coretto, dal quale i marchesi, al
riparo della plebe, assistevano alle sacre funzioni. Attualmente esso
funge da supporto alle canne dell’organo e non è più collegato al
corridoio annesso al palazzo.
Quando Don Carlo
Bassano di Vasto prese formalmente possesso della terradiTufilli, il 14 gennaio 1655, il suo sguardo dovette imbattersi
in edifici di ben altro aspetto e dimensioni. Infatti, se fra Serafino
Razzi, nella sua visita a Tufillo del il 29 aprile 1577, descrisse “questaTerraassaicivile, conbella
chiesaethorologio”[1];
Giovanni Scarapiello, erario dell’illustre Barone Carlo Maria Bassano,
ancora nel 1742, faceva registrare sul Catasto onciario dell’unità
della terra di Tufillo una “casapalazziatadi
piùmembri, … mezzadiruta.”
La chiesa di Santa
Giusta, modesta nelle dimensioni, era assai bella nelle forme. Mentre
il palazzo seppur grande non appariva assolutamente adeguato allo
status baronale, quindi si provvide a restaurarlo.
Oggi, un osservatore
attento nota subito il diverso stile architettonico del portale
rispetto a quello delle facciate della chiesa e del palazzo. Se
queste, nel loro complesso, rimandano chiaramente allo stile tardo
barocco settecentesco, il portale mostra tutte le caratteristiche del
passaggio dal romanico al gotico, ovvero rimanda a forme
architettoniche molto più antiche, presenti in Europa a partire dalla
fine del XI secolo.
Come si spiega tale
contrasto? È ragionevole supporre che l’attuale portale appartenesse
alla chiesa preesistente, quella descritta da fra Serafino Razzi.
Comparando le caratteristiche del portale di Santa Giusta con quelle
riscontrate nelle numerose chiese dei paesi del circondario risalenti
al XIII-XIV secolo, conservatesi nelle loro forme originarie, essa
alla metà del XVIII secolo si sarebbe dovuta presentare come un
edificio ad unica navata, quindi troppo piccolo per essere adibito a
cappella di palazzo; perciò venne demolita e ricostruita di sana
pianta fra il 1755 ed il 1758. Il portale però, ritenuto degno di
essere conservato, venne conservato com’era, anche se ricostruito con
qualche piccola difformità in alcuni dettagli delle parti perimetrali.
Sono ben visibili infatti: la posizione stravagante di alcuni conci ai
lati della gradinata d’ingresso, l’architrave di materiale
discordante e lo spazio improprio riscontrabile nel punto di
tangenza del sesto acuto dell’arco con la cornice del portale.
Tale ipotesi è ben
supportata dall’iscrizione scolpita sull’architrave: “<IS>TUS FECIT
MAGISTER LUCAS D<I> TUFILL<I> / <RE>STAURATUM A. DOM. MDCCLVIII”.
Mastro Luca da Tufillo fu l’artefice del portale antico, risalente al
XIII-XIV secolo. Il monolite calcareo sul quale è inciso il suo nome,
invece, è di materiale palesemente diverso da quello usato nella
strombatura e nelle restanti parti della facciata; la sua
conformazione testimonia la provenienza da una cava non lontana dal
paese e sfruttata largamente soltanto intorno alla metà del 1700.
Mastro Luca, quindi, è da ritenere l’artefice del portale dell’antica
chiesa di Santa Giusta, quella citata nelle visite di fra Serafino
Razzi, mentre poco si sa dell’architetto settecentesco.
Infine,
non si può non rilevare la somiglianza del portale di Santa Giusta di
Tufillo con quello della chiesa diruta di San Pietro di Vasto. Anche
se con diverse e notevoli varianti di dettaglio, l’impianto
architettonico complessivo è quasi sovrapponibile. Tale circostanza
potrebbe indurre a supporre che sia esistita, almeno a livello di
apprendistato o di bottega, una qualche relazione fra Mastro Luca di
Tufillo e Ruggero da Fragenis, autore nel 1293 del portale di San
Giuseppe a Vasto e, secondo alcuni, artefice anche di quello di San
Pietro.
[1]
Padre Serafino Razzi, Viaggio in Abruzzo,
DESCRIZIONE DEL PORTALE DELLA CHIESA DI SANTA GIUSTA
Costruito
verosimilmente fra il XIV ed il XV secolo, il portale si erge su sette
gradini e presenta una pronunciata strombatura, composta da quattro
colonne abbinate per lato, intervallate da cornici finemente
lavorate, e delimitata lateralmente da due piedritti.
Le colonne ed i
piedritti sono sormontati da capitelli. La parte superiore del portale
è completata da un triplice archivolto inquadrato in una cornice
sporgente ed ornata da foglie di acanto. La lunetta, contenente un
moderno Cristo benedicente, sovrasta un architrave montato su imposte
fissate sui due stipiti. Nello spazio compreso fra la cornice e
l’archivolto sono presenti diverse pietre scolpite.
Due colonnine per lato sono tortili, cioè decorate con filetti di
elica circolare, e due segmentate, ovvero decorate con segmenti uguali
di eliche sinistrorse e destrorse contrapposti alternativamente. Le
colonnine tortili e segmentate, abbinate in senso sia verticale sia
orizzontale, sono state posizionate simmetricamente rispetto alla
porta d’ingresso. Inoltre, le loro eliche sono destrorse nel lato
destro e sinistrorse nell’altro. Due colonnine segmentate rivolgono
gli apici verso l’alto e due verso il basso a seconda che siano poste
superiormente o inferiormente alle altre. Combinando la direzione
esterno-interno derivante dall’orientamento delle eliche delle tortili
con quella verso il basso o verso l’alto indicata dagli apici delle
segmentate, le colonnine sembrano accogliere il fedele, seppur in
modo simbolico, e ricordargli, nel salire le scale per entrare in
chiesa, di distogliere lo sguardo dalle cure terrene e rivolgerlo alle
divine. Infatti gli apici delle colonnine segmentate poste verso
l’esterno della strombatura indicano il basso, ovvero la dimensione
terrena dell’uomo, mentre quelli posti a ridosso della porta indicano
l’alto, il Cielo ed il divino.
Il piedritto, le cornici e le rispettive quattro colonnine del lato
destro sono delle cattive copie di quelli preesistenti e sono state
realizzate negli anni cinquanta del Novecento. Gli originali erano
stati irrimediabilmente distrutti nei giorni 2-3 e 4 novembre 1943,
dai bombardamenti degli alleati nel secondo conflitto mondiale.
La cornice del
portale.
La parte
superiore del portale presenta una cornice rettangolare, quasi un
accenno di protiro; di cui il lato minore misura circa un terzo
dell’altezza del portale considerato nella sua interezza. La parte
interna, sui tre lati, è ornata con foglie di acanto pentalobate, ma i
tre lobi centrali risultano marcatamente prominenti rispetto ai
laterali. Il modulo si ripete identico in ogni foglia: tre lobi
prominenti più due laterali meno accentuati. Ogni foglia, dunque,
esprime la simbologia del numero cinque. Questo è considerato dai
Pitagorici il segno dell’unione nuziale, il numero intermedio fra
l’uno ed il nove e l’unione del principio celeste col principio
terreno. Esso, nella simbologia dei teologi medioevali, indica la
doppia natura del Cristo: umana (due) e divina (tre). Come si vedrà di
seguito, l’insistenza sul numero cinque, nella decorazione della
cornice, fa come da eco al significato spirituale della porta che
nelle scritture è interpretata spesso come un’allegoria del Cristo.
L'archivolto.
Analizzandolo nel suo
insieme possiamo dividerlo in tre sezioni: esterna, mediana ed
interna. Procedendo dalla più esterna, osserviamo un listello, una
modanatura a gola dritta, un nuovo listello di spessore minore, un
dentellato continuo, poi un kymaionico, un ulteriore
listello ed infine un’altra modanatura a gola diritta.
Il kyma ionico è un elemento architettonico molto raffinato ed
è stato molto utilizzato originariamente nelle cornici dei templi
greci, in seguito fu ripreso dagli architetti romani e da questi è
stato tramandato alle epoche successive. Il kyma ionico
presenta delle lancette scolpite in bassorilievo tra due ovuli, mentre
i dentelli di forma approssimativamente cubica sono intervallati da
piccoli spazi vuoti. Nell’architettura antica gli ovuli sovrastano i
dentelli, mentre, nel nostro caso, la loro posizione è invertita: i
dentelli risultano scolpiti nella parte più esterna dell’archivolto,
ovvero nella direzione opposta a quella indicata dalle lancette
frapposte agli ovuli.
Il cubo rappresenta il mondo materiale e l’insieme dei quattro
elementi (acqua, terra, fuoco, aria) ed è anche assunto a simbolo di
saldezza e stabilità. In senso mistico, esso è stato considerato “il
simbolo della saggezza, della verità e della perfezione morale”[1],
le virtù cardinali come premessa per accedere alla fede. L’inversione
del kyma rispetto alla dentellatura non è casuale, ma esprime,
coerentemente con la loro disposizione spaziale, un percorso
spirituale che inizia dalla simbologia del cubo e termina con
quella dell’ovulo.
Il cubo e la sfera associati rappresentano la totalità terrena e
celeste, creato ed increato, finito ed infinito, il basso e l’alto.
Il passaggio della sfera, del cerchio e dell’arco alle forme
rettangolari rappresenta simbolicamente l’incarnazione, perché la
stessa persona possiede due nature, la divina e l’umana e costituisce
il ponte fra il cielo e la terra.[2]
L’arco mediano presenta una serie di altorilievi piramidali fra due
listelli ed una modanatura a forma di colonna segmentata con gli apici
orientati verso il basso. Gli altorilievi piramidali sono presenti – salvo rare eccezioni - in
tutti i portali coevi al nostro e sono collocati costantemente nelle
fasce più esterne degli archivolti o delle strombature. La loro
struttura risultante dalla combinazione del quadrato col triangolo è
quella che meglio si adatta a fungere da cerniera fra l’umano ed il
divino, fra la terra ed il cielo. Nelle teorie platoniche, il quattro
si riferisce alla materializzazione delle idee ed il tre all’idea
stessa: il primo esprime i fenomeni e la materia, il secondo le
essenze e lo spirito. Secondo Boezio, in linea con le concezioni
platoniche, il triangolo equilatero rappresenta la divinità e
l’armonia. Altri evidenziano che i quattro triangoli che si formano
partendo dalla base quadrata della piramide (il mondo) terminano
nell'uno del piramidion (la sommità), ovvero il divino. Dio è
uno nella sostanza e tre nel mondo. Del resto, la piramide venne ritenuta anche dalla civiltà
egiziana la forma architettonica più adatta in cui conservare le
spoglie del faraone, il Dio in terra. Essa rappresenta
contemporaneamente sia la contiguità sia la distinzione del Creatore
con le creature, fra Dio e l’uomo.
In
Mesopotamia, lo ziggurat rappresentava una sorta di montagna
artificiale costruita in modo tale da favorire la discesa della
divinità in terra. Costruito a forma di piramide, esso comprendeva due
templi: uno sulla sommità che conteneva una statua del dio venerato ed
uno alla base che accoglieva gli ospiti divini. Nella Bibbia il
simbolismo della montagna – cui si ricollega quello della piramide - è
collegato alla teofania: Dio si è rivelato a Mosè sul Sinai. Sulla
montagna si realizza la congiunzione terra-cielo e Dio consegna al
popolo ebraico le Tavole della Legge.
Le colonnine segmentate orientano i loro apici dall’alto verso il
basso, creando un movimento che dal sesto dell’arco si dirige verso la
porta; esse rappresentano il Verbo che si fa carne, Dio che si rivela
agli uomini per salvarli.
L’archivolto interno racchiude, fra due listelli, una modanatura a
colonna tortile con le spirali convergenti verso il sesto dell’arco.
Secondo una certa tradizione le colonne tortili adornavano il Tempio
di Salomone a Gerusalemme. La simbologia della spirale è presente in tutte le civiltà ed esprime
l’evoluzione, il passaggio da uno stato ad un altro. “La spirale è
un motivo semplice: si tratta di una linea che si avvolge su se
stessa, a imitazione delle numerose spirali che s’incontrano in
natura. È un motivo aperto ed ottimista: niente di più facile, quando
si è partiti da un’estremità della spirale che giungere dall’altra
parte”[3]
Essa rende manifesto: “il movimento circolare che esce dal punto
d’origine; essa mantiene e prolunga all’infinito questo movimento; è
il tipo di linea senza fine che collega incessantemente le due
estremità del divenire ed esprime emanazione, estensione, sviluppo,
continuità ciclica in progresso, rotazione di creazione:”[4]
Tale movimento, nel nostro caso, indica all'uomo le cose celesti, il
suo creatore, sollevando l'anima verso la luce beatificante.
I gradini.
La gradinata è
composta da sette gradini a vista, più un gradino interno, l’ottavo,
che da uno pseudovestibolo, posto subito dietro la porta d’ingresso,
permette l’accesso alla navata centrale della chiesa. Per quanto non
si possa dare per certa l’esistenza dell’ottavo gradino
nell’originaria struttura dell’edificio, vale la pena tuttavia esporre
dei brevi cenni sull’importanza che esso riveste nella simbologia dei
numeri. Né bisogna ritenere vana quest’insistenza sui significati
simbolici dei singoli elementi architettonici dell’edificio
ecclesiastico, in primo luogo perché esso è prima di tutto il luogo
dello spirito, in secondo luogo perché questo tipo di rimandi è
presente costantemente nella trattatista medievale cristiana. Ugo di San Vittore, ad esempio, fra i nove modi diversi
con cui i numeri acquistano significato, considera anche quello della
loro estensione e dice: “ilsette, che si estende oltre il
sei, indica la quiete dopo l’azione; l’otto l’eternità dopo la
mutabilità;…”5] La simbologia del sette è riferita quasi sempre all’idea della
conclusione di un ciclo o alla totalità di un insieme in sé compiuto:
sette sono i pianeti, sette i giorni della settimana, sette i gradi di
perfezione, sette i sacramenti, sette gli ordini angelici ed i colori
dell’iride, ecc…
L’ottavo giorno segue i sei della creazione ed il settimo del riposo,
esso annuncia la vita eterna, la rinascita dell’uomo alla vita eterna.
Se il sette rappresenta la totalità e la conclusione di un ciclo,
l’otto indica l’inizio di un nuovo ciclo, la rinascita. Nei battisteri
delle chiese paleocristiane il fonte battesimale era di forma
ottagonale proprio a simbolizzare la rinascita dell’anima del
battezzato a nuova vita. Il sette veniva considerato dai trattatisti
medioevali la cifra dell’Antico Testamento mentre l’otto corrispondeva
al Nuovo.
Di particolare interesse è anche la disposizione dei sette gradini
rispetto alla strombatura. Il sette, fra i tanti significati, è
interpretato anche come la somma delle quattro virtù cardinali
(prudenza, giustizia, fortezza e temperanza) più le tre teologali
(fede, speranza, carità). Potrebbe perciò non essere casuale che i
primi quattro gradini risultano situati all’esterno della strombatura,
mentre gli ultimi tre sono collocati al suo interno. La strombatura,
sembrerebbe segnare il confine fra le virtù praticabili con il lume
della ragione e quelle raggiungibili solo attraverso la fede: le virtù
cardinali, infatti, possono essere praticate da tutti gli uomini e
trovano il loro fondamento nella semplice ragione umana, le virtù
teologali, invece, si acquistano ad opera della Grazia divina e si
nutrono della fede; solo queste ultime permettono di far parte della
chiesa vivente. Simbolicamente, i sette gradini sembrano
indicare al fedele l’itinerario che ogni anima dovrà compiere per
elevarsi spiritualmente per giungere alla salvezza: innanzi tutto deve
tenersi lontana dai vizi e dalle tentazioni della vita terrena
attraverso l’esercizio delle virtù cardinali, poi può aspirare alla
santificazione praticando le teologali. L’ottavo gradino prefigura,
permettendo l’accesso nella casa del Signore, l’ingresso dell’anima -
purificata da ogni imperfezione - nel Paradiso, nell’eterna
contemplazione di Dio.
La porta.
La porta rappresenta
il luogo di passaggio fra due stati, fra due mondi, fra il conosciuto
e l’incognito. Essa è l’apertura che permette di entrare e di uscire,
dunque il passaggio da un campo all’altro: dalla dimensione profana a
quella sacra.
Nell’architettura romanica il portale, secondo Burchkardt[6],
indica il doppio movimento: quello ascensionale di introdurre le anime
nel regno di Dio e quello in senso contrario di lasciar scendere su di
esse i messaggi ed i doni divini.
Varcare una porta significa cambiare livello, rotta , vita.
L’evangelista Giovanni rappresenta Gesù come la porta dalla quale si
accede al regno dei Cieli: “Io sono la porta, se qualcuno entra
attraverso di me, sarà salvato.”[7]
La porta assume in vari autori un significato escatologico. Essa è
rappresentata come luogo d’arrivo, simbolo dell’imminenza e della
possibilità dell’accesso ad una realtà superiore o, al contrario,
della propagazione dei beni celesti sulla terra effusi dalla Divinità.
L’evangelista Marco annuncia il ritorno di Cristo sulla terra nelle
sembianze di un viandante che bussa alla porta: “Il Figlio
dell’uomo è alla porta”.[8]Un’altra citazione delle Scritture ci rende tale simbologia molto
più articolata e suggestiva: “Ecco, sono alla porta e chiedo di
entrare. Se qualcuno ascolta la mia voce ed apre la porta, io entrerò
e consumerò la cena con lui e lui con me”.[9] Le porte di Gerusalemme, citate
spesso nei libri della Bibbia, sono state interpretate allegoricamente
da molti teologi medioevali, secondo Ugo di Fouilloy, attraverso esse
si entra nella chiesa e si accede alla vita eterna. Anche Guglielmo di
Saint-Thierry concorda nel ritenere che quelle porte devono essere
identificate col Cristo, la porta del cielo, ovvero della casa abitata
dal Padre.
Le pietre
scolpite fra la cornice e la volta dell’arco.
Lo stemma araldico.
In alto,
sulla destra, è presente uno stemma araldico con scudo tipo a testa
di cavallo, fusato in cinque file, con in capo un lambello a tre
pendenti. La forma dello scudo ci rimanda al periodo rinascimentale ed
i fusi all’arma dei Grimaldi. Il lambello, invece, fu introdotto in
Italia intorno al 1265 da Carlo D’Angiò e fu distintivo di parte
guelfa. Fu concesso da questo re alle famiglie del regno a Lui devote.
Il lambello inoltre indicava il ramo cadetto di una famiglia: Carlo D’Angiò
re di Sicilia infatti apparteneva ad un ramo cadetto, essendo egli il
decimo figlio di Luigi VIII di Francia.
La stella a dodici
punte.
Essa si presenta
formata da dodici raggi, di cui sei più lunghi e sei più corti,
irradiantisi da un punto centrale d’intersezione, evidenziato nel
bassorilievo con una leggera protuberanza semisferica. Tale rilievo
riporta all’unitarietà l’intera figura.
Lo Pseudo Dionigi l’Areopagita
ha rappresentato in termini filosofici e mistici il rapporto
intercorrente fra l’essere creato e la sua causa attraverso la
simbologia del centro: “al centro del cerchio, tutti i raggi
coesistono in un’unica unità ed un solo punto contiene in sé tutte le
linee rette, unitariamente unificate le une in rapporto alle altre e
tutte insieme in rapporto al principio unico dal quale tutte
derivano.”[10]
La stella viene
considerata soprattutto per la sua qualità di essere fonte di luce e
di rischiarare il buio notturno. Il suo carattere celeste ne fa anche
il simbolo dello spirito, in particolare del conflitto tra le forze
spirituali o della luce con le forze materiali o delle tenebre.
La stella è
interpretata anche come simbolo dell’eternità che illumina l’uomo e
con la sua luce gli permette di trovare la giusta rotta.
I dodici raggi stanno
a significare, secondo la simbologia del dodici, la compiutezza: il
numero della Gerusalemme celeste (dodici porte, dodici apostoli e
dodici fondamenta), del ciclo liturgico annuale di dodici mesi e della
sua espressione cosmica nello zodiaco.
Nel
contesto in cui è posta sul nostro portale essa rappresenta la luce
che rischiara la notte ed indica la via, Gesù che tramite i suoi
dodici apostoli conduce gli uomini verso la casa del Padre.
Quadrifoglio con al
centro l’occhio del veggente o del cuore.
Immediatamente al di
sopra della rosa, sul lato destro del portale, è posta una pietra
recante un bassorilievo fitomorfo, costituito da quattro foglie di
acanto fornite di cinque lobi, unite al centro – al posto degli stami
- dall’occhio del veggente o del cuore, un elemento semisferico
tripartito e recante alla sommità un foro.
Il simbolismo della foglia di acanto, molto usata nelle decorazioni
antiche e medioevali, deriva essenzialmente dagli aculei della pianta.
Essa adorna i capitelli, i carri funebri, le vesti dei grandi uomini.
Chi è adorno di questa foglia ha superato qualche difficile prova, ha
saputo prevalere sull’antica maledizione che incombe su tutta
l’umanità: “Il suolo produrrà per te solo spine e cardi.”
[11]
Le quattro foglie, disposte perpendicolarmente fra loro, rimandano
alla simbologia della croce.
Il lobo centrale delle foglie, il più lungo, presenta un ripiegamento
convergente al centro, verso l’occhio del veggente. Tale ripiegamento
crea un movimento circolare ed orienta i bracci della croce verso il
simbolo del Padre fattosi Uomo.
L’occhio, posto al centro, afferma F. Schoun, è segno sia dell’uomo
che vede Dio che dello sguardo di Dio sugli uomini. È sia ciò che
unisce Dio all’anima sia il Principio alla sua manifestazione.
L’occhio unico, senza palpebra, rappresenta l’essenza e la conoscenza
divina[12].
La sua stessa rappresentazione tripartita lo rende inequivocabilmente
un simbolo Trinitario.
Il fiore a cinque
petali.
Il fiore a cinque
petali raffigura la rosa canina, quella bianca e selvatica che forma
dei grandi cespugli e fiorisce a primavera. In virtù del colore
candido e del periodo della sua fioritura i teologi, non solo
cristiani, per via analogica le hanno attribuito una molteplicità di
significati.
Angelus Silesius la considera immagine dell’anima ed anche del Cristo
da cui l’anima riceve l’impronta. Un tempo il Papa, nella quarta
domenica di Quaresima, benediceva una rosa d’oro quale simbolo di
resurrezione e d’immortalità. La Madonna è identificata nella
simbologia cristiana come “rosa bellissima” e maggio, il mese delle
rose, della rinascita e del pieno risveglio della natura dopo
l’inverno è interamente dedicato al culto mariano. Dante Alighieri,
non a caso pone “la donna del cielo” al centro della “candida
rosa”[13]
e nella sua impareggiabile invocazione alla Vergine ricorre ancora una
volta alla stessa simbologia: “Nel ventre tuo si raccese l’amore, /
per lo cui caldo ne l’etterna pace / così è germinato questo fiore. /
Qui se’ a noi meridiana face / di caritate, e giuso, intra’ mortali, /
se’ di speranza fontana vivace.”[14]
Questo simbolo è il più utilizzato nel portale, ma fra le pietre
scolpite è posto simmetricamente ai lati dell’arco nel punto di
tangenza fra il quadrato della cornice e la base dell’arco, quasi a
congiungere i due elementi: Qui se’ a noi meridiana face / di
caritate, e giuso, intra’ mortali, / se’ di
speranza fontana vivace.”
Il duplice valore della Vergine, luce splendente di caritate
in Paradiso fonte inesauribile di speranza per l’umanità in
cammino verso la salvezza, spiega la particolare collocazione del
fiore. Esso è l’amore che tutto lega. Infine, esso contiene tutti i
significati legati alla simbologia del cinque (vedi descrizione
altri elementi).
Figura a cinque
foglie con al centro l’occhio del veggente o del cuore.
Per i Pitagorici il
cinque - derivando dalla somma del primo dispari (tre) col primo pari
(due) - è il numero nuziale ed è segno d’unione. Le cinque foglie,
unite all’occhio del veggente, rimandano perciò all’incarnazione del
Verbo, all’unione dell’umano (il due) col divino (il tre). Secondo la
fisica aristotelica, il due allude al mondo sublunare caratterizzato
dalla corruttibilità dei singoli corpi, mentre il tre al mondo celeste
luogo in cui i corpi acquistano l’eternità.
Le estremità delle singole foglie sono piegate verso destra, quasi ad
imprimere alla figura un movimento rotatorio circolare simile ed un
vortice. Secondo la fisica aristotelica, molto seguita nel medioevo,
il moto circolare è il moto geometricamente perfetto, non ha né inizio
né fine. Esso dev’essere realizzato da un elemento esterno, immutabile
ed incorruttibile: l’etere. Dante spiegava che Dio, attraverso le
intelligenze angeliche, generava il moto dei cieli a partire dal primo
mobile, fino a quello della luna.
La figura nel suo complesso rappresenta il Principio, il Creatore ed
il Regolatore di tutto l’esistente. Egli è il Centro dell’universo ed
è rappresentato nella posizione centrale dell’occhio del veggente. Da
Lui dipendono tutte le cose create ed increate.
Egli è “l’amor che move il sole e l’altre stelle”[15],
il motore immobile dell’universo. In uno studio condotto sul portale
della chiesa di San Pietro di Vasto, l’autore descrive un bassorilievo
fitomorfo scolpito su una pietra come raffigurazione del Principio: “…
essa esprime l’dea del movimento di rotazione intorno ad un centro
fisso, che è l’elemento essenziale del simbolo in questione; il centro
dà movimento – quindi vita – a tutte le cose: la pietra con vortice
esprime la vita, o, meglio ancora, la funzione vivificante del
Principio in seno al Mondo.”[16]
La strombatura.
Il piedritto
esterno del lato destro.
Nelle costruzioni,
viene chiamato piedritto qualsiasi elemento verticale con funzione
portante. Nel portale esso è posto nella sua parte esterna a sostegno
del capitello che sorregge il maggiore degli archivolti. La sua faccia
a vista è ornata da una candelabra sormontata da un’ aquila.
La candelabra è la composizione a bassorilievo che richiama la
forma del candelabro. Essa fu molto presente nell’arte classica e poi
largamente riutilizzata nel Rinascimento per ornare colonne, lesene,
pilastri, ecc… Fra i primi esempi di candelabre utilizzate nell’arte
cristiana possono essere citate quelle risalenti al V secolo nel
mosaico che decora la cupola del Battistero Neoniano di Ravenna.
L’uso di questa composizione nell’arte paleocristiana rimanda
simbolicamente alla Passione di Cristo, alla sofferenza che conduce al
riscatto.
L’aquila nei Salmi viene presa a simbolo di rigenerazione.[17]”Il
Fisiologo ha detto dell’aquila che quando invecchia le si
appesantiscono gli occhi e le ali, e la vista le si offusca. Che fa
allora? Cerca una fonte d’acqua pura, e vola su nel cielo del sole, e
brucia le sue vecchie ali e la caligine dei suoi occhi, e scende alla
fonte, e vi si immerge tre volte, e così si rinnova e ridiventa
giovane.
Allo stesso modo anche tu, o uomo, se porti l’abito dell’uomo vecchio
e gli occhi del tuo cuore sono offuscati, cerca la fonte spirituale,
il Verbo di Dio che dice: «Hanno abbandonato me, fonte d’acqua viva»[18],
e vola su le altezze del Sole della giustizia, Gesù Cristo, e
spogliati dell’uomo vecchio e delle sue azioni, e immergiti tre volte
nella fonte perenne, nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito
Santo; e spogliati dell’uomo vecchio, cioè del vecchio abito del
demonio, e rivestiti dell’uomo nuovo, creato a immagine di Dio, e così
anche in te si compirà la profezia di Davide: «Si rinnoverà come
quella dell’aquila la giovinezza»”.[19]
La conchiglia.
IlPecten
Jacobaeus o capasanta o conchiglia di San Giacomo è un mollusco
bivalve a struttura inequivalve. La valva inferiore, con cui si
appoggia al fondo sabbioso del mare, è molto convessa mentre quella
superiore è piatta. Nel portale, essa è raffigurata all’estremità
superiore delle due cornici che dividono le colonne della parte
destra. Sulla prima cornice è raffigurata la valva inferiore della
conchiglia, quella convessa, sulla seconda quella superiore.
La conchiglia in genere è stata oggetto di una molteplicità
d’interpretazioni simboliche e di usi diversi.
Nel Fisiologo si trova la seguente interpretazione allegorica:
“le due valve della conchiglia, rappresentano il Vecchio ed Nuovo
Testamento”. Sempre secondo lo stesso autore, la conchiglia una volta
fecondata dall’impalpabile rugiada produce la perla. “La rugiada
celeste è lo Spirito Santo che si appoggia lieve sul destino
dell’umanità. Le giuntura sono il ventre immacolato di Maria che diede
alla luce la perla, il Cristo Salvatore. Egli è la perla perfetta che
nasce dall’imperfezione della conchiglia unita alla grazia della
rugiada”.
La posizione della valva inferiore, nella strombatura, in posizione
più esterna rispetto alla valva superiore, sembra ribadire quella
simbologia di cui abbiamo parlato in precedenza. Il fedele, entrando
in chiesa, nella Casa del Signore, ripercorre la storia della
redenzione dell’umanità per mezzo del Verbo rivelato ed incarnato, del
Vecchio e poi il Nuovo Testamento. Teologicamente, si sa, la storia
umana non è altro che un progressivo avvicinamento alla salvezza. La
valva più piccola, di forma vagamente triangolare, coerentemente con
la rappresentazione trinitaria neotestamentaria è posta in prossimità
della porta della Chiesa. Questa successione di simboli indirizza
l’osservatore ad una lettura di tipo escatologico: dopo la caduta, l’umanità
ha iniziato il suo progressivo riavvicinamento a Dio ascoltando i
profeti, ma solo col sacrificio del Verbo incarnato ha potuto
redimersi dal peccato e aspirare nuovamente al Paradiso.
Nel corso del medioevo a partire dalla rinascita spirituale del nuovo
millennio, mano a mano che si diffuse la pratica del pellegrinaggio
alla tomba dell’apostolo Giacomo, nei pressi di Finisterre in Galizia,
il pecten, molto diffuso sulle coste della Spagna
settentrionale, cominciò a far parte – insieme al bordone, alla
bisaccia ed alla zucca vuota - del corredo tipico di ogni pellegrino.
Il pellegrinaggio a Santiago, quello a Roma e al Santo Sepolcro,
divennero le peregrinationes maiores le più frequentate dalla
cristianità occidentale: chiamati rispettivamente pellegrini
Giacobei per la tomba di San Giacomo, i Romei per le tombe
di Petro e Paolo, i Palmieri per il Santo Sepolcro. La
conchiglia, agganciata sulla cappa, divenne il segno distintivo del
pellegrino che si recava a Compostela, alla tomba di San
Giacomo, da cui prese il nome Jacobaeus. Chi si recava a Roma
portava la croce e quelli che si recavano a Gerusalemme la palma.
La conchiglia, inoltre, aveva anche una funzione pratica, serviva al
viandante per bere e per mangiare.
Il pecten Jacobaeus è raffigurato sulle chiese e sulle locande
disseminate lungo i sentieri che portano a Compostela, ciò
potrebbe aprire un’altre interessante capitolo sullo studio del nostro
portale. Sarebbe interessante verificare se in qualche modo
s’inserisse lungo qualche percorso Giacobeo. Allo stato attuale ci
accontentiamo della semplice ipotesi.
[1]Portal Frédéric, Des couleurs simbolyque,
dans l’Antiquité, le Moyen Age et les Temps Modernes, Paris,
1837
[2]G. de Champeaux - S. Sterckx, Introduction
au monde des symboles, Paris, 1966
[3]Brion Marcel, Art fantastique, Parigi,
1961
[4]
G. de Champeaux – S. Stercks, Introduction au monde des
symboles, Parigi, 1966 [5]
Ugo da San Vittore, De scripuris et scriptoribus sacris [6]T. Burchkardt, “jesuis la porte”,
considerations sur l’iconographie des portails d’église romans,
in«Etudes traditionnelles»,
Parigi,
1963 [7]
Giovanni, 10,9 [8]
Marco, 13,29 [9]
Apocalisse, 3,20 [10]
Pseudo Dionigi l’Areopagita, Opere complete, Parigi, 1943. [11]Genesi,
3,18 [12]F.Schoun,
L’Oeil du Coeur, Parigi, 1950 [13]Dante Alighieri,
Divina Commedia, (Paradiso, XXXII, 29) [14]Dante Alighieri, Divina Commedia, (Paradiso, XXXIII, 4-9) [15] Dante
Alighieri, Paradiso, XXXIII, 145. [16]
Nicola De Pasquale, Pietre che parlano. Teologia, cosmologia,
metafisica, musica, politica nel portale della chiesa di
sanPietro a Vasto, Editrice Il Novo, Vasto, 1990. [17]
Salmi, 102.5. [18]
Geremia, 2.13. [19]
A cura di Francesco Zambon, Il Fisiologo, Adelphi
Edizioni SPA, MI, 1982.