La notizia dell'entrata in guerra dell’Italia nel secondo conflitto mondiale giunse anche a Tufillo con i comunicati radio del 10 giugno 1940. Tra incredulità e preoccupazione, essa fu accolta dalla gente con fatalismo, come una sorta di prova obbligata attraverso cui si trattava di passare, magari il più in fretta possibile (come del resto le stesse autorità promettevano).
Ma le cose andarono diversamente. Per ben tre anni i soldati italiani dovettero battersi, spesso in condizione di inferiorità, sui fronti della Francia (1940), dell'Africa Settentrionale e Orientale (1940-43), della Grecia, Albania e Jugoslavia (1940-43) e nella infausta tragica campagna di Russia (1941-1943), per rinviare una sconfitta che soltanto l’aiuto militare tedesco impedì che giungesse già dal 1941. E questo mentre l’intero paese era costretto ad una “economia di guerra” che aggravava le già precarie condizioni di vita di gran parte della popolazione.
L’invasione alleata della Sicilia (10 luglio 1943) e la conseguente caduta di Mussolini e del fascismo (il successivo 25 luglio) furono pertanto salutate con sollievo da chi non vedeva prospettive nel conflitto; ma neppure tali avvenimenti posero fine alla guerra, che anzi ora si trasferiva in Italia e che l’avrebbe interamente percorsa, dal Sud al Nord, fino all’aprile 1945.
L'8 settembre 1943, la comunicazione della resa ufficiale dell’Italia agli angloamericani diede infatti il via alla cosiddetta “Campagna d'Italia”, una grande operazione alleata tesa a impegnare i tedeschi in attesa della riapertura del fronte occidentale (cosa prevista per l’anno successivo e che sarebbe avvenuta il 6 giugno 1944, con lo sbarco in Normandia). Gli obiettivi principali in Italia erano per i comandi alleati la conquista di Roma e l’inseguimento delle forze tedesche fino all’Italia settentrionale. A loro disposizione si trovavano in quel momento due armate: la 5ª americana, del generale Clark, e l'8ª britannica, del generale Montgomery, entrambe sotto comando del XV Gruppo di armate di Alexander e del comandante del settore Mediterraneo, Eisenhower. Dalla parte opposta c’era la 10ª Armata tedesca di von Vietinghoff, sotto comando del Gruppo di armate “Sud” di Kesselring. Rommel comandava il Gruppo di armate “B”, in Italia centro-settentrionale; ma dal 21 novembre 1943 sarebbe stato trasferito in Francia e le sue forze riunite sotto il comando unico di Kesselring, come Gruppo di armate “C”.

La stessa notte
dell’8-9 settembre, dunque poche ore dopo l’annuncio della resa senza
condizioni dell’Italia agli angloamericani, la 5ª Armata americana
sbarcava nel golfo di Salerno e iniziava la guerra in Italia. Sul
fianco destro, l'8ª Armata britannica, dopo aver condotto limitate
operazioni in Calabria, sbarcava anch’essa a Taranto nell’intento di
fiancheggiare l’avanzata di Clark verso Roma puntando su Foggia e
Pescara. A Salerno, la 5ª Armata americana fu tuttavia duramente
impegnata dai tedeschi già dallo sbarco sulle spiagge; e occorsero
duri combattimenti perché Napoli potesse infine essere raggiunta dalle
formazioni alleate (30 settembre-1 ottobre 1943). Queste proseguirono
poi l’avanzata fino al basso Volturno, dove nuovamente si arrestarono.
Sul versante adriatico, i tedeschi si ritirarono invece senza
impegnare il nemico; cosicché Montgomery poté occupare Foggia e San
Severo, entro la fine di settembre, praticamente senza combattere.
Qui, nei porti di Taranto, Bari e Barletta proseguivano intanto gli
sbarchi di uomini, armi ed equipaggiamenti dell’8ª Armata; e nuove
divisioni, come la 78ª britannica e l'8ª indiana si apprestavano ad
entrare in linea.
Termoli, caposaldo
della debole linea germanica del Biferno (Viktor-Stellung),
venne attaccata di sorpresa la notte del 2-3 ottobre 1943 da una
brigata commando britannica; che, dopo un breve combattimento,
uccidendo o catturando un centinaio di tedeschi, la prese all’alba del
3. Contemporaneamente, altre formazioni dell’8ª Armata puntavano su
Guglionesi, Larino e Vinchiaturo. Kesselring, appena informato della
caduta di Termoli, ordinò alla 16ª Divisione panzer di spostarsi dal
settore del medio Volturno in direzione del fronte adriatico e di
contrattaccare il nemico che puntava già verso Guglionesi e Petacciato.
Si trattava di impedire che Montgomery raggiungesse da subito la valle
del Pescara, facendo crollare il dispositivo difensivo germanico. La
battaglia tra Guglionesi e Termoli infuriò per tre giorni (4, 5 e 6
ottobre) con circa 500 perdite (tra morti, feriti e dispersi) per
ciascuna delle parti; ma l’arrivo di rinforzi della 78ª Divisione
britannica - via terra e via mare - costrinse infine i tedeschi della
16ª Divisione panzer ad abbandonare la periferia di Termoli e a
ritirarsi verso la linea del fiume Trigno.
Nelle due settimane
seguenti, Montgomery concesse tuttavia una pausa alle sue forze, per
raggrupparle e per riequilibrare il dispositivo
logistico-amministrativo, reso inefficiente dai rapidi movimenti verso
nord. Tra le due direttrici di avanzata dell’8ª Armata (quelle della
78ª Divisione britannica - nell’area costiera, sulla direttrice di San
Salvo - e quella della 1ª Divisione canadese - nell’area montana,
sulla direttrice di Vinchiaturo - che ormai divergevano
eccessivamente, egli inoltre fece avanzare e mettere in linea altre
due divisioni: l’8ª indiana - sulla direttrice Larino-Tufillo - e la
5ª britannica - sulla direttrice Casacalenda-medio Biferno. I tedeschi
ne approfittarono per sistemare a difesa le linee del Trigno e del
Sangro, rispettivamente denominate Barbara-Stellung e
Bernhard-Stellung, schierandovi 5 divisioni della 10ª Armata di
von Vietinghoff (dalla costiera verso l’interno: 16ª panzer, 1ª
paracadutisti, 29ª panzergrenadier e 26ª panzer; e la
65ª di fanteria, sul fronte del basso Sangro), ma indebolite negli
organici e in parte scaglionate in profondità. Dalla caduta di Foggia,
la Tactical Air Force alleata si era inoltre praticamente
assicurata il dominio dell’aria; mentre sul mare cacciatorpediniere e
motosiluranti della Royal Navy bombardavano le posizioni
costiere tedesche e minacciavano sbarchi a tergo delle posizioni
nemiche.
I giorni tra il 7
e il 22 di ottobre furono pertanto dedicati quasi interamente ad
attività di fortificazione, di pattugliamento (con scaramucce sulla
dorsale Biferno-Trigno) e logistiche. I tedeschi minarono strade e
attraversamenti di corsi d’acqua, imposero il coprifuoco e il rispetto
dei bandi di Kesselring nei centri abitati, razziarono animali, viveri
e altri beni e catturarono civili per il lavoro.
I preparativi della
battaglia sul Trigno
A Tufillo, dopo lo
sporadico passaggio di pattuglie nei giorni successivi all’8
settembre, i tedeschi cominciarono ad apparire in forze proprio tra
l’8 e il 15 di ottobre. In quei giorni (dopo che il comando della 1ª
Divisione paracadutisti di Heidrich era stato trasferito a Torrebruna,
località dove rimase fino alla fine del mese, allorché venne portato
oltre il Sangro), un intenso traffico, soprattutto di notte, di
autocarri, blindati e altri veicoli provenienti da Palata e dalla
valle del Biferno venne a snodarsi lungo la strada che attraversava il
Trigno a Caprafica e quindi portava verso il bivio di Palmoli. Reparti
tedeschi si accampavano nella valle della Monnola, ufficiali salivano
nell’abitato, fin davanti la chiesa di S. Giusta, per studiare il
terreno circostante con l’aiuto di carte topografiche. Le incursioni
dei caccia e dei cacciabombardieri della Desert Air Force
interferirono più volte con i movimenti delle truppe tedesche: veicoli
furono distrutti e bruciarono sul percorso di quella strada. Nell’area
di Schiavi, il mattino del 14 ottobre, “verso le dieci un caccia
tedesco, con rumore assordante, da est ad ovest solcò il cielo a bassa
quota, e poi, colpito, si perse all’orizzonte in una nube di fuoco”.
Poco dopo “un aereo militare inglese, che andava da occidente ad
oriente”, venne fatto segno dal fuoco della contraerea tedesca;
“emettendo un urlo lamentoso poi si inarcò a sud-est”. Il pilota si
gettò con il paracadute sulla contrada Cupello, ma fu trovato da
civili gravemente ferito e qualche giorno dopo morì(1).
A Piano d’Ischia, tra Roccavivara e Trivento, un bombardamento su di
un contingente tedesco accampato in un bosco fallì, per errore,
l’obiettivo. Sotto Palmoli, un accampamento germanico (dove peraltro
erano stati raccolti gli animali razziati nella zona) fu invece
colpito dagli aerei alleati. L’attacco produsse alcune vittime tra i
soldati e un incendio, che in breve divorò i fusti di carburante e
alcuni automezzi.
Tra il 15 e il 20
ottobre, il 1° Reggimento paracadutisti tedesco fu arretrato dalla
linea del Biferno per essere direttamente trasferito nell’area di
Castel di Sangro-Roccaraso. Sul fronte della Barbara-Stellung
del Trigno, nel tratto tra San Salvo e Civitanova rimasero in linea e
consolidarono le loro posizioni (ad arretramento completato): la 16ª
Divisione panzer (tra l’Adriatico e l’area di Lentella), il 3°
Reggimento paracadutisti (tra Fresagrandinaria e Tufillo), il 4°
Reggimento paracadutisti (tra Celenza e Castelguidone) e due
reggimenti della 29ª Divisione panzergrenadier (tra Schiavi e
Civitanova), sotto comando del LXXVI Panzerkorps del generale
Herr. I tedeschi avevano in San Salvo e Tufillo i punti di maggior
forza, dove si trovavano gli unici due ponti in muratura sul basso
Trigno e dove dunque si attendevano una più forte pressione nemica. Lo
schieramento del 3° Reggimento paracadutisti del colonnello Heilmann
(il cui quartier generale era probabilmente in una dimora isolata,
forse appartenente a don Nicola Castelli, nei pressi di Carunchio),
venne completato nell’ultima settimana di ottobre. Esso consisteva in
un battaglione a difesa di monte Farano, mentre i paesi di Tufillo,
Dogliola e Fresa costituivano basi per una o due compagnie, con
approssimativamente quattro cannoni ciascuna. La “posizione a riccio”
di Tufillo-monte Farano comprendeva postazioni nelle contrade Vicenne
e Colle Muraglia, verso la valle della Monnola (con nidi di
mitragliatrici e cannoni antiaerei); a Capotruto, monte Fanino e colle
Vezzani; e infine dentro il paese e su monte Farano. Numerose case,
tra quelle esposte a sud o ad ovest, vennero trasformate in bunker o
postazioni che contenevano almeno un franco tiratore. Più a sud-ovest,
il 4° Reggimento paracadutisti (raggruppato come Kampfgruppe
Grassmel) aveva dislocato le principali difese nell’area di
Celenza, San Giovanni e Torrebruna e in alcuni avamposti alla sinistra
del letto del Trigno. Il punto di giunzione tra i settori dei due
reggimenti paracadutisti si trovava poco a sud-ovest del corso della
Monnola.
I genieri tedeschi,
nell’imminenza della battaglia, fecero saltare in aria tutti i ponti
che si trovavano nella terra di nessuno. Il ponte sulla Statale 16 fu
distrutto il 23 ottobre, quello di Caprafica intorno al 27 ottobre.
Essi inoltre sfollarono parecchi paesi, costringendo i civili ad
abbandonare le case spesso con il preavviso di sole due ore. Alla
popolazione di Tufillo questa tragica esperienza fu risparmiata, ma
pure l’accresciuta tensione con le truppe d’occupazione vi produsse
incidenti e vittime. Tra il 26 e il 27, a Capotruto, “di due fratelli
che scavavano trincee, uno si ribellava all’unico soldato di
sorveglianza e lo assaliva con gli attrezzi da lavoro. Il tedesco gli
intimava di smettere; l’uomo insisteva e andava incontro alla morte,
ucciso con un colpo di fucile. Il fratello stesso era poi costretto a
seppellirlo. Il giorno successivo, in un casolare non lontano dal
fiume, ad est del colle di Caprafica, due coniugi, contadini,
opponevano un rifiuto o forse inveivano contro un tedesco che era
stato a minare il ponte sul Trigno. Il soldato si allontanava
minacciando e più tardi tornava in compagnia di alcuni camerati. I due
contadini venivano presi, messi nei cesti del foraggio e quindi
uccisi. La vendetta proseguiva con l’abbattimento delle vacche e di
altri animali”(2).
Poco dopo, in contrada Lagopiano, un uomo che “stava facendo la
foglia” su di un olmo era abbattuto dai tedeschi, forse vittima
inconsapevole della medesima onda vendicatrice. Episodi simili erano
accaduti o accadevano in altre località occupate dalle truppe della 1ª
Divisione paracadutisti. A Celenza due uomini vennero uccisi dai
tedeschi, uno dei quali - in contrada Monnola - colpito da un cecchino
mentre cercava di far passare le linee a due ex prigionieri di guerra
britannici (che aveva ospitato e protetto). Sotto Dogliola, nei pressi
del Trigno, due giovani del posto, sorpresi dai tedeschi nella terra
di nessuno (secondo le loro norme di guerra interdetta ai civili),
vennero portati al comando di Fresagrandinaria, sommariamente
processati e poi fucilati nello stesso luogo dove erano stati
scoperti. Seguì la rituale copertura dei cadaveri, con due dita di
terra.
L’8ª Armata
britannica chiuse lentamente fino alla riva destra del fiume Trigno,
occupando Petacciato il 19, Montenero di Bisaccia il 22, San Felice e
Montemitro il 27 di ottobre e schierandosi gradualmente per la
battaglia. Il piano di sfondamento della linea Barbara,
elaborato da Montgomery, prevedeva un primo attacco sulla direttrice
Vinchiaturo-Isernia e un secondo decisivo attacco sull’asse San
Salvo-Casalbordino. Egli intendeva prima ingannare i tedeschi e poi
vibrare il maggiore colpo sulla direttrice della Statale 16.
Kesselring, tuttavia, non si lasciava fuorviare dalle tattiche
diversive del nemico e intuiva la fretta di Montgomery di raggiungere
il Sangro e il Pescara e di puntare successivamente su Roma o Ancona.
I primi combattimenti a San Salvo (27-28 ottobre)
Le operazioni sul
Trigno, nella bassa valle, ebbero inizio la notte del 22-23 ottobre,
quando un battaglione della 78ª Divisione britannica riuscì a
stabilire una piccola testa di ponte nella pianura verso San Salvo; e
proseguì con scaramucce e piccoli scontri fino al 25-26. La notte del
27-28 ottobre, Montgomery lanciò quindi la prevista offensiva contro
San Salvo con la forza di due brigate: ma andò incontro ad un
inaspettato insuccesso. Per quanto l’attacco fosse supportato da circa
14.000 granate di artiglieria, le fanterie inglesi ed irlandesi
vennero falciate dal fuoco delle mitragliatrici e dei mortai tedeschi
e dovettero arrestarsi prima di raggiungere l’abitato di San Salvo.
All’alba del 28, a causa delle gravi perdite subite, l’attacco dovette
esser sospeso e le truppe ritirate a sud del fiume. “Il 29.X. pioveva
a torrenti”; cosa che produsse una momentanea sosta nei combattimenti
(che in una settimana erano costati ai britannici circa 100 morti, 250
feriti e 55 prigionieri).
La pioggia e il fango
rallentarono un poco anche i preparativi di attraversamento del Trigno,
più all’interno, da parte della 19ª Brigata indiana di fanteria.
L’unità, schierata nell’area di Montemitro, compiva ora ricognizioni
del terreno antistante mentre i genieri tentavano di riparare i ponti
e i settori di strada fatti saltare dai tedeschi a Montefalcone e
intorno Montemitro. Intanto, il giorno 31, uno squadrone del 6° "Bengal
Lancers" occupava Roccavivara.
Il mese di ottobre
(che sul lato tirrenico aveva visto il superamento del basso Volturno
da parte della 5ª Armata americana) nel settore adriatico si
concludeva pertanto con un unico successo alleato: la conquista di
Cantalupo, mentre San Salvo, Tufillo e Isernia restavano saldamente in
mani tedesche. Montgomery concentrò allora il grosso delle sue forze
nella bassa valle del Trigno e pianificò un’importante offensiva,
fortemente sostenuta dall’aria e dal mare, per il 2 e 3 novembre. Le
operazioni sulla costiera sarebbero state affiancate, e anzi
leggermente anticipate, da un assalto dell’8ª Divisione indiana su
Tufillo.
Secondo il piano
redatto dal generale Allfrey (comandante il V Corpo britannico) la 78ª
Divisione avrebbe attaccato il ciglione di San Salvo, nella notte del
2-3, per avanzare poi fino al fiume Sangro; mentre “l’8ª Divisione
indiana avrebbe dovuto attraversare il Trigno nella notte del 1-2
novembre, 24 ore prima del principale attacco della 78ª Divisione”(3).
Il generale Russell, comandante dell’8ª Divisione indiana emanò di
conseguenza gli ordini operativi per le sue forze. “La 19ª Brigata di
fanteria si sarebbe dovuta impadronire dell’alta cresta boscosa verso
Tufillo e monte Farano e proseguire in avanti fino alla strada di
montagna Palmoli-Carunchio. La 21ª Brigata di fanteria avrebbe dovuto
attraversare sulla sinistra e muovere in direzione di Celenza e
Torrebruna, per tagliare la Statale Vasto-Isernia e poi catturare
Castiglione e Montazzoli. La 17ª brigata di fanteria avrebbe infine
sfruttato il successo della 78ª Divisione muovendo - attraverso San
Salvo - alla cattura di Gissi”.
L’8ª Divisione
indiana era al suo primo combattimento importante. Alcuni suoi
battaglioni erano stati impegnati in Eritrea, Somalia e in Africa
settentrionale; ma per il resto le sue forze(4),
per quanto combattive, difettavano di esperienza.
Di fronte alla
divisione indiana, oltre il fiume erano schierati il 3° e il 4°
reggimento della 1ª Divisione paracadutisti tedesca del generale
Heidrich(5), una
grande unità dotata di buona preparazione e con una notevole
esperienza delle tattiche di guerra (e che nei mesi successivi sarebbe
entrata nella leggenda con gli aspri combattimenti di Ortona e di
Cassino; pur macchiandosi di alcuni gravi eccidi di civili, a
cominciare da quello, terribile, di Pietransieri, del 21 novembre
1943). I suoi combattenti, volontari, erano legati da un forte spirito
di corpo; gli ufficiali, i sottufficiali e parecchi suoi soldati si
erano battuti con onore in Francia, a Creta, in Sicilia e nei piccoli
scontri sul Biferno; gli ultimi arrivati nei ranghi erano invece
soldati giovanissimi, persino della classe 1926, ma in genere
combattivi e piuttosto fanatizzati.
I combattimenti a Tufillo e San Salvo del 2-4 novembre 1943
L’offensiva dell’8ª
Armata britannica per lo sfondamento delle difese tedesche del basso
Trigno fu preparata con cura e venne preceduta e accompagnata da
intensi bombardamenti delle artiglierie e delle forze aeree tattiche
alleate. Bombardieri medi e leggeri e cacciabombardieri colpirono il 1
novembre Celenza (dove morirono 7 civili) e il 2 novembre Cupello,
Fresagrandinaria, Furci, ancora Celenza e altri paesi situati alla
sinistra del Trigno nell’intento di distruggere postazioni nemiche e
isolare i campi di battaglia di San Salvo e Tufillo. I morti civili
del 2 novembre sotto le bombe o i mitragliamenti furono numerosi: 34
a Cupello, 8 a Fresagrandinaria, 10 a Furci e numerosi altri nei
restanti luoghi; mentre i tedeschi, ben trincerati, subirono effetti
meno pesanti.
Il piano elaborato
dal 31 ottobre dal comandante della 19ª brigata di fanteria indiana,
T.S. Dobree, prevedeva di effettuare la principale operazione della
divisione indiana (conquista di Tufillo e monte Farano) in due fasi:
nella prima sarebbe stato catturato lo sperone del colle di Caprafica;
nella seconda, attraverso il paese, la testa di ponte sarebbe stata
estesa fin oltre la strada per Palmoli. L’assalto, affidato a due
battaglioni, uno indiano e uno britannico, sarebbe stato sostenuto da
4 battaglioni di artiglieria campale, posizionati nelle aree di San
Felice, Acquaviva e dietro Montefalcone, nonché supportato da uno
squadrone di carri Sherman e da incursioni aeree.
“Alle ore 3.55 a.m.
del 2 novembre, la 19ª Brigata di fanteria indiana attaccò”. I
movimenti preliminari dall’area di Montemitro erano cominciati circa 5
ore prima. Gli uomini del “6/13 Royal Frontier Force Rifles”
portatisi in silenzio e con puntualità fino alla riva destra del
Trigno, entrarono nella corrente e cominciarono ad attraversare il
fiume (poco ad est del ponte demolito). Non appena raggiunsero
l’opposta sponda, un fuoco di sbarramento della loro artiglieria
“proruppe improvvisamente davanti ad essi”.
Il programma
dell’artiglieria inglese a sostegno della 19ª Brigata era impostato
per una durata di non più di due ore. Lo sbarramento si spostava in
avanti sulla collina di circa 100 metri ogni 5 minuti. Gli indiani
pakistani, nell’arrampicarsi, non furono però capaci di tenersi al suo
passo. E molto del vantaggio che poteva essere tratto dallo
sbarramento andò così perduto. La Compagnia “B” dei “Frontier
Force” si assicurò il colle di Caprafica, aprendo la strada alla
Compagnia “C”, che verso le ore 8 raggiunse comunque la periferia di
Tufillo. Ma la resistenza tedesca era molto decisa. Accanto alle non
numerose mine e ai franchi tiratori, sbarrava ai pakistani l’ingresso
nell’abitato una spessa cortina di granate e bombe di mortaio, stesa
sui principali avvicinamenti. La Compagnia “C” dei “Frontier Force”,
troppo esposta, perse il punto d’appoggio che aveva guadagnato e
dovette ritirarsi a 200 metri dalla linea di displuvio del
contrafforte, aggrappandosi a quella posizione e resistendo ai
selvaggi contrattacchi dei paracadutisti tedeschi. La Compagnia ”D”
del battaglione, che avanzava sulla destra verso un più piccolo
lineamento, andò incontro ad un’opposizione e a un fuoco crescenti; e
fu costretta anch’essa a fermarsi a circa 300 metri dall’obiettivo,
Quota 317.
Sulla sinistra del
“Frontier Force” - alcune centinaia di metri più a monte -, il
battaglione inglese degli “Essex” cominciò ad attraversare il
Trigno alle ore 6 antimeridiane, con le prime luci. Esso perse in tal
modo i vantaggi delle tenebre e della foschia, che avevano favorito i
pakistani. Gli “Essex” vennero infatti investiti da un
accurato fuoco nemico di artiglieria e mortaio già sul letto del
fiume. Poco dopo, come salirono sull’opposta sponda, le compagnie di
testa furono assoggettate ad un terribile fuoco di mitragliatrici
proveniente dai fianchi e dal retro, in particolare dal lato della
strada. Il battaglione “accusava gravi perdite, incluso il comandante:
ciò che produsse un certo sbandamento”. La curva convessa del
contrafforte di Caprafica impediva d’altronde ai pakistani del “Frontier
Force” di poter aiutare gli inglesi. Nonostante le difficoltà, la
compagnia avanzata di destra degli “Essex” raggiunse “il suo
obiettivo, uno sperone che correva da sud verso Tufillo
approssimativamente 1600 metri a nord-ovest del ponte; ma fu poi
respinto”. Le compagnie avanzate di sinistra venivano intanto tenute
ferme da un fuoco di mitragliatrici proveniente dalla direzione di
Celenza. “Il crescere delle vittime rese ben presto la posizione
intenibile, e gli Essex si ritirarono attraverso il fiume
conducendo con sé i feriti”. Dalle ore 9 essi avevano raggiunto il
punto di partenza, “il basso terreno ad ovest di Montemitro, lasciando
solo postazioni sparse sulla riva sinistra” del Trigno.
Intorno alle 10.30
del mattino, cacciabombardieri della Desert Air Force
attaccarono - per errore - l’area di Tufillo invece di quella prevista
di Palmoli. Il raid ottenne deboli risultati e alcune bombe caddero in
mezzo ai soldati pakistani. I paracadutisti tedeschi continuavano
infatti a resistere. Le Compagnie “B” e “C” dei “Frontier Force”
rimasero per tutto il giorno sotto un ininterrotto fuoco nemico di
artiglieria e mortai, proveniente soprattutto dall’area tra Tufillo e
Celenza; la Compagnia “D”, completamente esposta nella sua posizione
ai tedeschi che difendevano Tufillo e monte Farano, “ebbe un’alta
percentuale di vittime”.
Questo successo
difensivo incoraggiò i tedeschi a preparare nel pomeriggio un più
importante contrattacco. Una forza di paracadutisti si riunì alla
periferia orientale del paese e, alle ore 17, lanciò il contrattacco.
L’artiglieria dell’8ª Divisione indiana non riuscì a fermare i
tedeschi. All’ultimo momento, il subedar Sawar Khan, comandante il
plotone avanzato della Compagnia “D”, chiese - via radio - alle forze
di artiglieria di accorciare il tiro fino al limite delle proprie
posizioni. Questa manovra produsse infine il risultato sperato
costringendo i tedeschi a ritirarsi sulle loro posizioni.
La giornata di
combattimento(6) era
costata numerose vittime (tra morti, feriti e dispersi) ai due
battaglioni d’assalto della 19ª Brigata indiana. Già nel pomeriggio
del 2 novembre i comandi divisionali alleati diedero pertanto ordine
di rafforzare le posizioni avanzate sul Trigno con l’afflusso di altre
unità. Il 5° battaglione dei “Royal West Kent” raggiunse l’area
di Montemitro, lasciando a presidio di Mafalda una sola compagnia. Il
“3/15 Punjab” da Montefalcone pattugliò verso il fiume,
perdendo 5 uomini. Il “3/8 Punjab” scese dall’area di
Montemitro per prepararsi ad attaccare la notte seguente. Al “1/5
Mahratta Light Infantry” fu ordinato di concentrarsi ad Acquaviva
dal 3 novembre.
La notte del 2/3
novembre, il “6/13 Frontier Force” riprese l’assalto a Tufillo
con il sostegno di una compagnia del “3/8 Punjab”. L’attacco si
sviluppò a semicerchio, con la Compagnia “C” dei “Frontier Force”
ferma in posizione a sud-est del paese, alla sommità del
contrafforte, la Compagnia del “3/8 Punjab” più a destra, che
muoveva da un contrafforte secondario e le Compagnie “A” e “B” dei
“Frontier Force” che, passando attraverso la Compagnia “D”,
avanzavano su Tufillo da est. La boscaglia e la fitta oscurità
ostacolarono ben presto gli attaccanti e resero difficili le
comunicazioni. Due compagnie vennero poi afferrate da un fuoco
incrociato e subirono pesanti perdite. Tuttavia l’attacco fu spinto a
fondo, “finché proiettili traccianti germanici non incendiarono mucchi
di fieno e ritrassero di profilo gli indiani per come essi
avanzavano”. I paracadutisti tedeschi contrattaccarono subito e
costrinsero ben presto le compagnie avanzate “Frontier” e
“Punjab” ad arretrare fino alle rispettive linee di partenza. Il
rimanente di quel giorno vide una ripetizione del primo attacco. La
buona tenuta delle maggiori posizioni difensive e dei punti di
osservazione consentì ai tedeschi di contrattaccare ancora nel tardo
pomeriggio. Tra le ore 16 e le 17, fanteria paracadutista mosse
all’assalto del “6/13 Frontier Force” dalla direzione di monte
Farano. In questa occasione, la Luftwaffe immise nello scontro
due caccia ME 109, che produssero una tardiva sortita al crepuscolo.
Appoggiati dal fuoco difensivo di artiglieria, gli indiani furono in
grado di respingere il nemico senza cedere terreno, benché al prezzo
di alcune vittime.
Il comandante della
19ª Brigata indiana, Dobree, preparò allora un ulteriore attacco per
la notte del 3-4 novembre, per conquistare prima monte Farano da una
direzione di fianco e poi prendere Tufillo. Questa operazione venne
affidata ai battaglioni del “6/13 Frontier Force” e del “3/8
Punjab”. Secondo il piano, il “3/8 Punjab” doveva puntare
su monte Fanino (conosciuto come monte Sorbo) mentre il “6/13
Frontier Force” doveva lanciarsi contro monte Farano. Ciascun
battaglione fu rinforzato con una compagnia di mitraglieri “Mahratta”.
La prima fase dell’operazione cominciò alle ore 22 del 3 novembre. Il
“3/8 Punjab” avanzò in silenzio per un’ora all’incirca fino al
livello delle compagnie avanzate dei “Frontier”. In quel
momento, per la seconda fase, si aprì uno sbarramento di artiglieria
che doveva sostenere i Punjab fino alla sommità. La loro
compagnia di sinistra subì tuttavia alcune vittime dallo sbarramento(7) e
fu un poco disorganizzata. La compagnia avanzata di destra ruotò
all’esterno, verso nord, per evitare il fuoco di artiglieria. Questa
compagnia proseguì poi in avanti ma perse il contatto con il quartier
generale di battaglione. Il comandante del battaglione Punjab
decise di conseguenza di mettere in marcia le due compagnie di riserva
e di inviare il suo aiutante a richiamare la compagnia persa. Essa
venne infine ritrovata e riportata in riserva. “Sulla strada questa
compagnia mise fuori combattimento due postazioni di mitragliatrici
tedesche e catturò 5 prigionieri”.
Entrambi i
battaglioni indiani avanzarono verso una linea fino a circa 300 metri
dall’obiettivo. Il “6/13 Frontier Force” incontrò ancora una
dura opposizione, subì considerevoli vittime e fu fermato in una
posizione esposta. Il “3/8 Punjab” venne arrestato nei pressi
della linea di difesa tedesca da un fuoco di armi automatiche e di
mortaio. Ogni posizione persa veniva immediatamente e vigorosamente
contrattaccata dai paracadutisti tedeschi. Nel complesso si trattò di
“un confuso e bizzarro combattimento nell’oscurità un poco rischiarata
dall’incendio del sottobosco e di mucchi di fieno. All’alba del 4
novembre il Frontier Force, con numerose perdite e poche
munizioni, era arretrato più o meno al punto di partenza (circa un
chilometro a sud-est di Tufillo). Il 3/8 Punjab, sulla destra,
si trovava a mezza strada sull’altura, sotto un pesante fuoco”.
Durante il
combattimento, le forze tedesche erano state sostenute dai pezzi
dell’artiglieria divisionale. Il bombardamento, oltre che
disorganizzare le unità indiane attaccanti (che persero i contatti e
si sparpagliarono) sorprese e inflisse perdite in basso a “convogli di
muli che trasportavano armi di consolidamento e munizioni”.
L’assalto dell’8ª
Divisione indiana a Tufillo e monte Farano era fallito; e questo,
nonostante il buon appoggio di artiglieria e l’impegno della fanteria
della 19ª Brigata. Tra il 1 e il 4 novembre, i tedeschi del 3°
Reggimento paracadutisti avevano non solo mantenuto le posizioni
principali ma anche dominato tutte quelle avanzate del nemico; facendo
ricorso, nei momenti di difficoltà, ai loro cannoni semoventi da 105
mm. Il risultato era stato determinato dall’esperienza e dalla
combattività delle truppe di Heilmann; ma anche la disposizione e la
mimetizzazione delle posizioni difensive si erano rivelate ottimali.
Ad esempio, i mortai erano stati sistemati, sul rovescio dei pendii,
in buche profonde sino a 2/3 metri. Ciò che aveva consentito di non
eccedere nella collocazione di mine antiuomo e trappole esplosive
nelle zone antistanti le posizioni. Le truppe indiane e inglesi della
19ª Brigata pagavano per l’inesperienza, la rigidità tattica degli
schemi d’assalto e il difficile terreno, il quale ultimo aveva
notevolmente ridotto i supporti motorizzati. Le vittime subite dalla
19ª Brigata indiana nella testa di ponte sul Trigno erano gravi. Il
“6/13 Royal Frontier Force Rifles” ebbe 38 morti, 209 feriti e 14
dispersi. Il “1/5 Essex Regiment” ebbe circa 36 morti e 139
feriti. Gravi anche le perdite del restante battaglione, il “3/8
Punjab Regiment”.
L’occupazione della Barbara-Stellung
Il successo
del 3° Reggimento paracadutisti tedesco non poté tuttavia
essere sfruttato. L’offensiva della 78ª Divisione britannica
sulla direttrice della Statale 16, lanciata la notte del 2/3
novembre, e fortemente appoggiata dai carri, dall’aria
(particolarmente violento fu il bombardamento di Cupello, la
mattina del 3, nel quale perirono 74 civili) e dal mare,
stava infatti portando i suoi frutti. Dopo una qualche
difficoltà iniziale, dovuta alla forte resistenza tedesca,
un battaglione irlandese occupò San Salvo al mattino del 3
novembre e tenne questa posizione contro due contrattacchi
tedeschi di carri e fanterie. Alla sera del 3 si combatteva
ancora intorno al paese e alla sua Stazione ferroviaria; ma
durante la notte del 3/4 i tedeschi si ritirarono oltre il
torrente Buonanotte, per andare a coprire, combattendo, la
linea arretrata Vasto-Cupello (che fu raggiunta il 4
novembre e abbandonata appena 24 ore dopo)(8).
In contemporanea all’arretramento sulla costiera e ai
paralleli forti combattimenti sul fronte tirrenico (dove la
5ª Armata americana, superato l’Alto Volturno, stava
attaccando le aree di Mignano e Venafro), i comandi della
10ª Armata tedesca avevano infatti ordinato un graduale
sganciamento delle formazioni impegnate sulla linea
Barbara ed un arretramento tattico fino alla linea
Bernhard.
Nell’area tra basso e
medio Trigno, all’alba del 3 novembre, i paracadutisti tedeschi
avevano già abbandonato gli avamposti sul fiume. E dal 4 novembre, il
3° e il 4° Reggimento paracadutisti si sganciarono anche dalle
maggiori posizioni tra Fresagrandinaria e Castelguidone, ripiegando
lentamente verso l’alta valle del Sangro, dove dal 7 novembre
risultavano saldamente attestati sulla linea Bernhard.
L’inseguimento da
parte delle unità alleate fu dunque ostacolato più dalle demolizioni
che dall’opposizione tedesca. A Tufillo, per quanto la notte del 4/5
la ricognizione indiana avesse riferito che numerose postazioni
tedesche risultavano abbandonate, furono i civili, stanchi di tre
giorni di combattimenti, a sollecitare l’occupazione da parte degli
alleati. La mattina del 5 novembre, due cittadini, con una sorta di
bandiera bianca issata su di un’asta, scesero verso il fiume e
avvisarono i più vicini reparti indiani dell’avvenuto sgombero
dell’abitato. L’invito a salire in paese fu accolto con freddezza e
scetticismo; e, per precauzione, i due furono presi in ostaggio.
Sarebbero stati rilasciati solo quando una pattuglia avesse verificato
quanto da essi sostenuto.
Compiuta la
verifica con esito positivo, il comando dell’8ª Divisione indiana fu
così in grado di ordinare un’avanzata generale delle sue unità. Il “3/8
Punjab” occupò monte Farano, il ”6/13 Frontier Force”
Tufillo e il “1/5 Essex” Palmoli. Quest’ultimo si avvicinò alle
retroguardie tedesche in ritirata. Sulla sinistra, la 21ª Brigata
indiana mosse verso Celenza con il “3/15 Punjab”; mentre
pattuglie del 6° “Lancers” entravano a Dogliola e
Fresagrandinaria.
L’avanzata alleata dal Trigno al Sangro
A Tufillo, i morti nei combattimenti dei giorni precedenti giacevano ancora insepolti. Nelle contrade Capotruto e Collepizzuto, dove gli scontri erano stati particolarmente cruenti, anche corpo a corpo, decine di cadaveri di soldati indiani giacevano sul terreno insieme ad alcuni cadaveri di tedeschi. A Capotruto, ai primi civili accorsi, si offrì una scena orrenda. I caduti indiani erano ammucchiati a fianco di una masseria, usata come postazione dai paracadutisti tedeschi, in una grande pozza di sangue. Qualcuno degli uccisi recava segni di vistose ferite da baionetta. Un soldato alleato era caduto, armi in mano, insieme al nemico, in un ultimo disperato tentativo di assalto. Poco distante, un cane randagio lacerava gli intestini di un indiano. Tra i morti dei battaglioni indiani, parecchi, a quest’altezza, parevano colpiti alle spalle, forse dalle granate della loro stessa artiglieria divisionale. In un campo alla destra della Monnola, a circa un chilometro dalla confluenza nel Trigno, venivano inoltre rinvenuti i cadaveri di 9 giovani soldati dell’ex Esercito italiano. Essi avevano probabilmente tentato di attraversare le linee poco prima o durante i giorni della battaglia. Scoperti dai tedeschi, erano stati costretti a scavarsi la fossa e quindi fucilati. Infine erano stati “sepolti” con poche palate di terra.
Tutti i soldati, sia alleati che tedeschi, caduti dentro o intorno Tufillo erano inoltre senza scarpe. Ad un indiano risultava mancante persino il dito anulare. Il giorno 5, mentre una colonna della 19ª Brigata attraversava il paese, un soldato indiano, staccatosi dal suo reparto davanti la chiesa di San Vito, si portò vicino al corpo di un caduto e vi si accostò, facendo capire che era suo fratello e che voleva abbracciarlo e salutarlo per l’ultima volta. Prima di lasciarlo, egli si tolse le scarpe e le rimise ai piedi del fratello caduto; quindi si rimise in marcia. Ebbene, due ore dopo nemmeno questo morto aveva più le scarpe.
Nei giorni successivi si recuperavano pietosamente le salme e furono creati, per i soldati, due provvisori “cimiteri di guerra”: uno inglese nella valle della Monnola, con 32 caduti, e uno tedesco alla periferia del paese. Circa 30 caduti tedeschi venivano intanto sepolti nel cimitero di Castiglione; 1 o 2 nel cimitero di Montefalcone; 4 sotto San Felice; 3 o 4 a Celenza(9).
Dal 6 novembre, la 19ª e la 21ª Brigata di fanteria indiana si trovavano affiancate; e nelle successive 24 ore esse si spinsero avanti per sgomberare l’accidentato territorio compreso tra il medio Trigno e il Sangro. Carunchio fu raggiunta il 7 novembre; da dove, nei giorni seguenti, pattuglie della ricognizione vennero inviate verso Castiglione e Montazzoli. Alla loro destra, la 17ª Brigata occupava Furci il 6 e puntava quindi su Carpineto, Casalanguida e Atessa. Ora, il problema principale dell’8ª Divisione indiana di Russell era di mantenere le truppe in movimento; su di un terreno con strade scadenti o sabotate dai guastatori tedeschi. Un passaggio sul Trigno venne subito gettato; ma per erigere un ponte Bailey furono necessari un paio di giorni di lavoro. Nel complesso, gli sforzi compiuti dai genieri indiani resero, dall’8 novembre, le comunicazioni sufficientemente stabili da garantire l’inseguimento nemico.
La battaglia sul fiume Trigno era dunque terminata, mentre le attese dei comandi alleati e tedeschi si concentravano sull’imminente battaglia del Sangro-Garigliano: dove si sarebbero decise le prospettive della Campagna d’Italia. Intanto anche il tempo era cambiato. Una pioggia insistente e fredda cominciò a cadere dal 7/8 novembre, accrescendo i disagi delle truppe di entrambi gli eserciti.
Per le popolazioni di Tufillo e dintorni restava il trauma del “passaggio del fronte” nonché gli effetti dei combattimenti, i quali avevano provocato diverse vittime civili e danni ad abitazioni, strade e campagne. I caduti civili di Tufillo furono almeno 7. Nelle altre località del basso Trigno si ebbero circa 25 morti a Celenza, 4 a Dogliola, 10 a Fresagrandinaria, circa 4 a Lentella, circa 35 a San Salvo, circa 30 a Vasto, più di 130 a Cupello, 10 a Furci, 1 a Palmoli, 11 a Carunchio, circa 2 a Roccavivara, circa 4 a Montefalcone, circa 9 tra Montemitro e San Felice, 11 ad Acquaviva, circa 10 tra Mafalda e Tavenna e 20 a Montenero di Bisaccia, in gran parte periti a seguito dei bombardamenti aerei alleati e in parte minore per fuoco di artiglieria, per mine antiuomo e anticarro o per aver violato gli ordini delle forze tedesche.
Il peggio era comunque andato via ed ora, con gradualità, sarebbe stato possibile tornare al lavoro e ripristinare le normali condizioni di vita. Le difficoltà iniziali furono superate grazie ad aiuti alleati e al mercato nero, ma soprattutto attraverso il lavoro presso le basi alleate di San Salvo, di Montenero e di Termoli, pagato, con moneta di occupazione, a 50 lire al giorno.
Note
1. L. Porfilio-P. Falasca, Schiavi d’Abruzzo. Documenti e storia, pp. 275-276.
2. G. Artese, La guerra in Abruzzo e Molise, vol. I, p. 204.
3. C.J.C. Molony, The Mediterranean and Middle East, vol. V, p. 459.
4. L’8ª Divisione indiana, comandata dal generale Dudley Russell, era strutturata su tre brigate di fanteria, ciascuna di tre battaglioni, di cui uno inglese e due indiani. Comprendeva, inoltre, un battaglione mitraglieri, una unità da ricognizione, tre battaglioni di artiglieria campale, un battaglione di artiglieria anticarro, uno di artiglieria antiaerea e quattro compagnie genieri. In totale, tra forza combattente e non combattente, superava abbondantemente i 18.000 uomini.
I comandi di stato maggiore e gli ufficiali erano inglesi; le unità di artiglieria inglesi, i reparti genieri indiani. I combattenti, volontari di non infimo livello sociale, appartenevano a razze diverse: musulmani del Punjab, sikh, rajput, dogra, jat, mahratta e gurkha del Nepal. Il loro spirito di corpo e il loro morale si basava sull’identità collettiva e su un forte senso dell’onore.
5. Ai primi di novembre 1943, la forza combattente della 1ª Divisione paracadutisti (del gen. Richard Heidrich) ammontava invece a 4424 uomini e quella totale (comprensiva dei non combattenti) a 9250 uomini (da G. Schreiber, La Wehrmacht nella battaglia sul fiume Sangro, pp. 16-17).
6. Il CORRIERE DELLA SERA del 4 novembre 1943 così riferiva sui combattimenti del 2 novembre nell’area di Tufillo: “[...] Dopo l’ampio movimento di riorganizzazione compiuto dall'VIII Armata nel settore orientale del fronte, due reggimenti [brigate] di fanteria hanno attaccato la linea del Trigno con l’appoggio di forti contingenti corazzati e di artiglierie postate nella zona montagnosa. Le truppe tedesche si ritirarono secondo il piano prestabilito; allora gli inglesi avanzarono per un chilometro oltre il fiume; ma non appena il nemico si trovò in prossimità della borgata, i tedeschi sferrarono tre contrattacchi al centro e ai fianchi. I britannici rimasero così chiusi in una morsa, mentre i singoli reparti venivano a trovarsi isolati l’uno dall’altro. Informato della gravità della situazione, il Comando alleato provvide a inviare rinforzi nella zona, ma le artiglierie tedesche postate in terreno montano preclusero l’accesso alla valle creando un intenso sbarramento di fuoco. Gli inglesi hanno così sacrificato la maggior parte dei loro uomini. I granatieri germanici hanno condotto nelle loro linee gruppi di prigionieri e notevole quantità di materiale bellico. Sono stati distrutti sei carri del tipo Sherman. Batterie pesanti tedesche hanno messo fuori combattimento cinque batterie britanniche. Un grosso deposito di munizioni è stato fatto saltare”.
7. Secondo testimoni, l’errore sarebbe avvenuto in seguito alla rottura delle comunicazioni telefoniche, ad opera di civili che tagliavano e rubavano il fili; ma potrebbe essere derivato anche da un eccessivo abbassamento del tiro da parte degli artiglieri britannici.
8. Nei combattimenti a San Salvo del 2-4 novembre, la 78ª Divisione britannica perse circa 600 uomini. In totale, le perdite britanniche del periodo 23 ottobre-4 novembre in quest’area costiera furono (tra morti, feriti e dispersi) di “oltre 1000 vittime” (E. Linklater, The Campaign in Italy 1943-45, p. 104).
9. All’atto della creazione, nel secondo dopoguerra, dei cimiteri militari delle diverse nazionalità combattenti in Italia, anche i soldati caduti a Tufillo vennero riesumati e ivi trasferiti. Oggi i caduti britannici e indiani della battaglia sul fiume Trigno giacciono nel “War Cemetery” di Torino di Sangro; quelli tedeschi nel cimitero di guerra di Cassino-Caira.
(a cura dello storico Giovanni Artese)